RADICAL CHIC ? MA ERANO GLI ANNI SETTANTA!!

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Qualche tempo fa, una persona che forse in quel momento non mi voleva  più tanto bene, mi ha definito radical chic. Poiché avevo solo una vaga idea sul significato del termine, mi sono informata e ho comprato il libro di Tom Wolfe.

Tom Wolfe è uno scrittore statunitense ed è proprio colui che ha inventato l’espressione radical chic; tale espressione nel corso del tempo e a seconda dei luoghi, ha cambiato significato e, soprattutto in Italia, è diventata parte del gergo politico assumendo spesso un significato dispregiativo.

L’invenzione di Tom Wolfe è legata ad un evento. Il 14 gennaio 1970 a Manhattan, in un bellissimo attico di 13 stanze, su due piani, di proprietà del compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein, la moglie, Felicia Bernstain, organizza un party per sostenere economicamente la causa del Black Panthers Party. La serata è organizzata alla perfezione: la location è arredata con gusto, sono presenti i nomi più importanti della cultura e dello spettacolo, e i domestici, rigorosamente bianchi per non offendere gli ospiti d’onore, servono su vassoi d’argento bocconcini di Roquefort ricoperti di noci tritate.

Con una prosa realistica e pungente, in piena sintonia con le regole del New Journalism, Tom Wolfe racconta la serata e scrive un articolo che passerà alla storia non solo per aver coniato il termine radical chic, ma per essere riuscito a fotografare un momento storico della società americana che solo una mente sottile come la sua era in grado di registrare.

Ma torniamo all’attico. Da una parte c’erano i bianchi, ricchi, curiosi e appagati per essere stati ammessi a questa riunione; dall’altra parte c’erano le Black Panthers, con pantaloni e dolcevita neri stretti, giacche di pelle, occhiali da sole e capigliatura afro gli uomini; con pantacollant e turbanti le donne. I padroni di casa vestono con eleganza sobria vestiti costosi e alla moda. Quello che trasmettono è “fascino e successo” del resto lui è uno dei più famosi e capaci direttori d’orchestra del mondo.

“Sono molto contenta di vedervi così numerosi”, Felicia accoglie gli ospiti e Robert Bay, uno degli esponenti del Black Panthers Party, si sistema al centro della sala sapendo che di lì a poco avrebbe dovuto iniziare il suo discorso. È un discorso retorico scadenzato da “chiaro?” o “non so se mi spiego”, tutte espressioni che danno ritmo alle sue parole. Parla dei trattamenti disumani che sono costretti a sopportare i detenuti neri ed elenca i 10 punti che sono i cardini del partito. Questi vanno da un sistema educativo che sia espressione di una vera natura, alla liberazione di tutti i neri in carcere perché non hanno avuto un giusto processo sino ad arrivare ai programmi di concreto sostegno sociale alla comunità afroamericana. Soprattutto le Panthers sono per la pace, una pace che deve avere le sue radici in una società non razzista, dove una parte di persone non opprime l’altra. Poi parlano altri sostenitori, alcuni invitati pongono delle domande e alla fine tutti iniziano a offrire soldi.

Secondo Tom Wolfe i radical chic sono mossi dalla “nostalgie de la boue”, nostalgia del fango; mostrano cioè il desiderio di capire come vivono le classi inferiori. Essi hanno due aspetti: il primo è un sincero interesse per le persone che stanno economicamente peggio di loro e sono dalla loro parte, il secondo è il forte desiderio, sincero quanto il primo, di non cambiare lo stile di vita proprio di newyorkesi ricchi di Park Avenue. Dal 1969 in poi questa moda si è diffusa negli Stati Uniti fino a culminare nel party in casa Berstain. La stampa non è stata gentile con i radical chic e loro, a poco a poco, si sono allontanati dalle cause sociali escludendole completamente dalla loro vita.

Concludendo. Non mi sento radical chic, vivo in Italia e non ho mai appartenuto a quell’élite newyorkese e, oltre a tutto, a quel tempo avevo solo pochi anni. Ritengo però che sia un valore aggiunto e per niente contradditorio che una persona benestante cerchi di comprendere che cosa succede nel mondo e magari cerchi di aiutare chi vive in condizioni di vita differenti o peggiori.

 

 

 

 

 

 

2 pensieri su “RADICAL CHIC ? MA ERANO GLI ANNI SETTANTA!!

  1. Bello, brava Paola! Dopo chissà quante recensioni lette, non mi sono mai deciso a conoscere Wolfe. Riguardo al bisogno che qualcuno sente di “etichettare” gli altri, beh, spero anche a te questo faccia un po tristezza… anche in tal caso si palesa una denuncia di serenità perduta, che ci/su auspica sia solo transitoria. Ciò che a noi preme, lo sappiamo, è non tanto il sentirci migliori ma Stare Meglio quando possiamo aiutare -ma anche solo cercare di capire, inizialmente- qualcuno che ci cammina a fianco su strade sassose. Che poi si tratti di coetanei in fdifficoltà, minori problematici o diversamente abili, oppure di pianeta avvelenato e di animali maltrattati, poco importa. Ciò che ci muove sarà difficilmente una “molla” nota a chi giudica, cataloga, incasella. Avanti così, u abbraccio

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