ONE WEEK IN ISRAEL, FROM SATURDAY TO SATURDAY E QUALCUNO CON CUI CORRERE DI DAVID GROSSMAN.

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 Per le vacanze organizzo una settimana in Israele. Da tanto tempo desideravo visitare questo paese perché adoro i suoi scrittori contemporanei. Una settimana passa molto in fretta quando si viaggia, così è importante organizzare il più possibile; io non sono molto brava ma per fortuna il grosso del lavoro lo fa un’amica.

SATURDAY.

In tarda mattinata, dopo quattro ore circa di volo, arriviamo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Questo aeroporto è stato obiettivo di parecchi attentati terroristici ma allo stesso tempo è uno dei più sicuri al mondo. Le forze di sicurezza sono ben visibili, in più mi hanno detto che ci sono anche agenti sotto copertura per mantenere alto il servizio di vigilanza e prevenire ogni forma di minaccia. Il primo impatto non è all’insegna dell’accoglienza più calorosa. I visitatori devono passare numerosi controlli prima di essere ammessi. L’ambiente è vasto e freddo, le pareti e il pavimento sono di marmo, un marmo di un colore strano, un po’ freddo, un color gelato alla nocciola. All’entrata si impone la statua che commemora Ben Gurion, un politico molto amato, fondatore dello Stato di Israele e che fu il primo a ricoprire l’incarico di Primo Ministro.

Durante il viaggio in aereo, inizio a leggere il libro che mi accompagnerà. Si tratta di “Qualcuno con cui correre” di David Grossman, un autore israeliano molto famoso in Italia e conosciuto soprattutto per il grande impegno a favore della pace e del dialogo con i musulmani. Impegno che non è diminuito neppure quando ha perso un figlio di 20 anni, militare di leva, durante la guerra contro le milizie libanesi del partito islamico Hezbollah. Il libro si apre con una scena molto dinamica, un ragazzo di soli sedici anni, Assaf, corre dietro a un cane per i vicoli stretti e tortuosi di Gerusalemme; corre e intanto i pensieri continuano ad affollare la sua mente,

come una lunga scia di lattine sbatacchianti….

Tutto ciò è indipendente dalla sua volontà: il cane gli era stato affidato da un amico del padre, dipendente comunale, perché era stato ritrovato la sera prima, aggressivo e agitato, e quindi portato al canile. Bisognava seguirlo e cercare di rintracciare i padroni per fargli pagare una multa per averlo abbandonato.

Da lontano, dall’autostrada vediamo i grattacieli di Tel Aviv. È incredibile pensare che circa cento anni fa non esisteva niente, che era tutto deserto. Questa città nacque perché un gruppo di ebrei, non sentendosi più al sicuro a Giaffa, abitata in prevalenza da arabi, si spostarono verso nord, nel deserto, sempre sul mare, e iniziarono a costruire ispirandosi al modello inglese delle “città giardino”. Da allora, tra alti e bassi, l’immigrazione a Tel Aviv continua e s’intensifica soprattutto negli anni trenta quando si trovò ad accogliere ondate d’immigranti provenienti dalla Germania nazista. La casa che abbiamo affittato per due notti è nel quartiere yemenita. La zona è in centro, ma l’atmosfera è particolare, non elegante, le abitazioni sono vecchie, a volte diroccate, spesso rese particolari da murales colorati, numerosi sono i negozi e i piccoli ristoranti, molti specializzati in hummus. Nonostante il freddo, tante persone, soprattutto i giovani, affollano le strade, vicino alle vetrine dei locali. Nel pomeriggio non può mancare una passeggiata sul mare fino al porto di Giaffa. Dal quartiere Yemenita scendiamo attraversando Neve Tzdek, l’antico quartiere ebraico, oggi luogo molto alla moda, ricco di negozi, gallerie d’arte, caffè, wine bar e ristoranti. Sul lungomare, fino a Giaffa, l’atmosfera è vivace e tantissimi giovani affollano le spiagge e i vari locali. Per arrivare a Giaffa bisogna salire un po’ e da qui si può ammirare il meraviglioso panorama sul mare. Noi oggi conosciamo Giaffa solamente per i suoi agrumi esportati in tutto il mondo ma un tempo questo era uno dei porti più importanti del Mediterraneo.

La sera proseguo la mia lettura immergendomi sempre più nell’atmosfera di Israele. Assaf continua a correre e, suo malgrado, è coinvolto in un mistero sempre più difficile da controllare. Il cane lo guida e arriva da Teodora, una donna minuscola e anziana felicissima di vedere il cane. Da lei Assaf viene a sapere che il cane in realtà è un cane femmina e si chiama Dinka e che la sua padrona Tamar è una ragazza che nessuno sa più dov’è. Il mistero sarà svelato piano piano dall’autore nelle pagine seguenti con un’abilissima tecnica che coinvolge il lettore fino alla fine.

SUNDAY.

Dedichiamo la domenica a una lunga passeggiata per Tel Aviv, dal quartiere Yemenita giù fino al mare, questa volta passando per Rothshild Avenue. È la  parte della città chiamata città bianca: comprende più di 4000 edifici bianchi tutti in stile Bauhaus, lo stile fondato da Walter Gropius ai tempi della Repubblica di Weimar. Questi palazzi furono costruiti da architetti ebrei tedeschi che negli anni trenta emigrarono nel territorio Britannico di Palestina per allontanarsi dal clima infernale della Germania. Avendo respirato l’aria del Bauhaus, cercarono di riprodurre in Israele, nelle case del centro di Tel Aviv, questo stile così particolare fatto di linee eleganti essenziali orizzontali, angoli arrotondati e sobrietà. Camminando vedo tanti ristoranti e m’imbatto nei segni di questa strana lingua che è l’ebraico. Le lettere sono formate da tante lineette orizzontali o verticali messe tutte insieme come un gioco. L’ebraico che si parla oggi in Israele non è la lingua dei testi antichi che, fino al 1800, poteva considerarsi persa come mezzo di comunicazione. Grazie a Eliezer Ben Yenuda, giornalista e linguista, nel 1880, anno in cui arrivò in Israele dalla Lituania, la lingua acquista importanza, si arricchisce e modernizza: l’ebraico dei testi sacri diventa la lingua che tutti gli ebrei del mondo avrebbero utilizzato per comunicare. Per diffonderla, non solo in Israele ma in tutto il mondo, inaugurò tante scuole di ebraico e riuscì talmente nel suo intento che oggi è una lingua parlata da 9 milioni di persone ed è considerata una delle più importanti conquiste del movimento sionista.

La storia del mio libro prosegue abbandonando Assaf e trovando a questo punto Tamar. È luglio, è caldo, lei vuole cambiare il suo aspetto: si taglia tutti i capelli, i suoi capelli

folti, ricci, neri come la pece

Sente che deve farlo, che è l’unica che può fare qualcosa. Mette tutte le sue cose nello zaino per entrare in un mondo che non le appartiene: deve diventare una ragazza di strada per trovare una persona che si è persa.

Monday.

Partiamo per Gerusalemme. Il viaggio è breve, il tempo è molto variabile ma tendente al brutto. Che dire di questa città? È incredibile! Sicuramente difficile da comprendere ma con un fascino che toglie il fiato. È l’antichissima città delle tre grandi religioni monoteiste, meta di pellegrinaggio di cristiani, ebrei e musulmani. Lasciamo la parte nuova per entrare dalla porta di Giaffa  per iniziare a percorrere come prima cosa la Via Dolorosa, una strada che attraversa tutto il quartiere musulmano da est a ovest e che viene identificata, per noi cattolici, con la Via Crucis ovvero la strada percorsa da Gesù dal tribunale alla crocifissione. Commercialmente quartiere arabo è molto vivace. Le strade principali  sono strette, spesso buie, perché, sotto i  porticati, sono piene di negozi di souvenir di ogni tipo e di ogni religione. Se si abbandonano le strade principali ci si trova in tanti vicoli, ancora più angusti, ancora più bui, in cui è facile perdersi. Da lontano vediamo la cupola d’oro e ci avviciniamo ad uno dei posti più affascinanti di Gerusalemme. Qui si comprende la sua grandezza. Superati alcuni controlli   ci si trova in una grande spianata dominata dalla Cupola della Roccia, punto di riferimento dei mussulmani in visita e edificio simbolo della città. Decorata mirabilmente sui muri esterni con disegni arabi sulle tonalità del blu, l’edificio è sormontato da una cupola lucente perché ricoperta dal metallo più prezioso. Sulla spianata ci sono altre costruzioni ma  quetse scompaiono se paragonate ad essa. Al ritorno riprendiamo la Via Dolorosa e ci fermiamo all’Ospizio Austriaco per un tè. Dal rumore dei negozianti e dei turisti fuori ci ritroviamo in un altro mondo, nel silenzio e nel rigore più assoluto. Una signora molto gentile che parla italiano con accento decisamente tedesco ci spiega che tante nazioni e tanti gruppi religiosi di tutto il mondo hanno in questa città il loro riferimento in ostelli che hanno la funzione di accogliere pellegrini. Col tè ci portano una fetta di Sacher in piena sintonia con l’atmosfera austriaca. Ma fuori c’è Gerusalemme e sentiamo il Muezzin, la persona addetta alla moschea, che chiama i fedeli alla preghiera. Il suo canto si sparge nell’aria con un altoparlante. Chiunque lo può sentire nella città di tutte le religioni.

Assaf velocemente entra in intimità con Teodora; lei vive in quell’edificio che è un ostello greco. Entrata all’età di dodici anni per cinquant’anni non è mai uscita. Il suo aspetto, racconta Grossman, è quello di una bambina invecchiata senza aver mai vissuto. Nata nell’isola di Lyksos, una piccola isola greca, ricorda ancora le sue case bianche, i vicoli stretti e il colore azzurro del mare. La comunità dell’isola era composta da poche persone guidate da un vecchio che faceva le funzioni di capo. Egli decise che a Gerusalemme doveva esserci una piccola parte di Lyksos. Fu costruito così un convento che doveva essere custodito da una sola suora scelta a sorte tra le ragazze dell’isola. Qui avrebbe dovuto vivere in clausura e dedicare i suoi giorni all’attesa dei pellegrini. Teodora fu la prescelta; ancora molto giovane fu costretta con terrore a cambiare la sua vita e questa fu la sua fortuna. Pochi anni dopo un fortissimo terremoto devastò l’isola. Lei è l’unica persona di Lyksos rimasta ancora in vita.

Già la prima notte, dopo aver ricevuto la triste notizia di Lyksos, al sorgere del sole, quando vidi che non ero morta per il dolore e per il senso di solitudine, decisi che avrei vissuto.

Cresciuta in isolamento  si alimenta di cultura, legge tanti libri e si interessa di attualità. Ora è una persona saggia e grande conoscitrice della natura umana ma non sa niente di vita pratica, il suo mondo è fatto solo di parole, descrizioni, personaggi, solo storie scritte.

Tuesday

Siamo ancora a Gerusalemme, non possiamo non vedere i simboli delle due importanti religioni monoteiste: il Santo Sepolcro e il Muro del Pianto.

Il Santo Sepolcro è una chiesa difficile da visitare. Tante sono le cappelle e diversi sono gli spazi assegnati alle varie religioni cristiane. Un decreto ottomano del 1852 ancora in vigore e conosciuto come Status quo, stabilisce che questa è la chiesa di armeni, greci, copti, cattolici romani, etiopi e siriani. Inoltre è una chiesa poco illuminata, molto affollata in cui è difficile orientarsi. Il muro del pianto è il santuario più importante del popolo ebraico. È il luogo in cui gli ebrei, durante il periodo ottomano, venivano a piangere per la distruzione del Secondo Tempio. Essi non amano chiamarlo muro del pianto, preferiscono definirlo Muro Occidentale. Oggi è considerata  come una sinagoga all’aperto divisa in due zone una per le donne e una più grande per gli uomini. Tanti  e facilmente  riconoscibili per i loro lunghi cappotti neri, le camicie bianche, i cappelli neri posti sopra folte capigliature e lunghe barbe, sono gli ortodossi che si recano al muro a pregare con i loro rituali. Li ho guardati a lungo, incuriosita, per cercare di capire: stanno in piedi davanti al muro e pregano, dondolandosi avanti e indietro, soprattutto con la testa. Si interrompono a volte solo per andare a baciare il muro. Io naturalmente sono andata dalla parte delle donne e ho notato che nelle fessure, tra le pietre, c’erano tanti bigliettini che erano sicuramente delle piccole preghiere, richieste di aiuto, dei fedeli. Gerusalemme non è solo religione, nella parte nuova della città ci sono con negozi, catene internazionali, ristoranti di tutti i tipi e tanta, tantissima gente giovane nelle strade.

Teodora raccomanda ad Assad di trovare Tamar perché negli ultimi tempi stava male, era dimagrita e pessimista.

Non c’è più luce nei suoi occhi.

Aveva detto di lei. Assad, sempre più coinvolto, non abbandona il suo compito e affronta con coraggio tutti gli ostacoli e i problemi che trova sul suo cammino.

Wednesday

Partiamo per il sud di Israele. La nuova meta è il Mar Morto, un grande lago (sarebbe meglio dire due) che appartiene a Palestina, Israele e Giordania e che si trova a 425 metri sotto il livello del mare. È un luogo magico sotto tanti punti di vista: vanta diversi poteri curativi, l’aria che si respira è ricchissima di ossigeno e il suo colore è azzurro intenso che diventa poi bianco per l’accumulo di sale a riva. Fare il bagno è un’esperienza mistica. Bisogna immergersi nell’acqua con attenzione perché qualsiasi schizzo potrebbe causare forti bruciori agli occhi, è meglio non nuotare ma semplicemente allungarsi nell’acqua e godersi il momento ammirando le alte montagne brulle che sovrastano il mare. La sensazione che si prova è quella di una magica leggerezza, non si affonda, neanche a volerlo. Il problema viene dopo quando si vuole tornare in piedi, bisogna farlo con calma e combattere contro la forza dell’acqua che insistentemente vuole mantenerti a galla. Vicino al Mar Morto si trova l’altopiano di Masada, luogo suggestivo sia per la posizione geografica, che per la storia che rappresenta. Masada si raggiunge in pochi minuti con una modernissima funivia. Arrivati sul vasto altopiano desertico, dove si trova il sito archeologico, è come essere su una terrazza affacciata su una grande pianura brulla e in lontananza si vede l’azzurro intenso del Mar Morto. Nel 70 dopo Cristo i Romani, dopo aver conquistato Gerusalemme, puntarono su Masada perché qui si erano rifugiati alcuni ebrei. Con facilità la X Legione dell’impero organizzò l’attacco ma quando arrivarono furono accolti da un agghiacciante silenzio. Che cosa era accaduto la notte prima? Racconta benissimo i fatti Giuseppe Flavio, storico della Guerra Giudaica:

… quindi estratti a sorte dieci fra loro col compito di uccidere tutti gli altri, si distesero ciascuno accanto ai corpi della moglie e dei figli morti e, abbracciandoli, porsero senza esitare la gola agli incaricati di quel triste ufficio. Costoro, dopo che li ebbero uccisi tutti senza deflettere dalla consegna, decisero di trarre a sorte uno di loro affinché uccidesse a sua volta gli altri nove e per ultimo sé stesso … Essi erano morti nella consapevolezza di non lasciare dietro di loro nemmeno una sola vita a portare il giogo dei romani … e l’indomani salirono i romani a Masada … Quando furono di fronte alla distesa di cadaveri, non esultarono questa volta alla vista dei loro nemici, ma provarono ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tale moltitudine l’affrontò.

I romani trovarono solo due donne e cinque bambini che si erano nascosti nelle grotte e furono proprio loro che raccontarono l’accaduto. Da Masada proseguiamo verso il sud attraversando il deserto del Negev. Non è un’infinita distesa di sabbia ma un alternarsi di tanti altopiani ed alcuni crateri. Il vento soffia fortissimo e solleva accecanti nuvole di sabbia ma ciò non ci ha impedito di notare che è un deserto sfruttato non solo per le tante passeggiate che si possono fare ma anche perché una politica di insediamento sicuramente unica al mondo ha portato alla creazione di colonie agricole nonostante l’aridità del luogo.

Tamar riesce nel suo intento e raggiunge il fratello costretto al lavorare per un tipo losco, un impresario teatrale dei poveri che raccoglie i ragazzi dalla strada costringendoli a lavorare per lui. Lui li nutre e in cambio vuole le offerte donate dai passanti che raccolgono nelle strade. Il racconto a questo punto si tinge di giallo. Tamar inizia la nuova vita, canta per le strade, riscuote successo ma il suo obiettivo è solo uno: riportare il fratello Shay a casa, fratello che ritrova in questa casa infernale profondamente segnato dalla dipendenza dalla droga.

Se una persona, non importa chi, decide di chiudersi in se stessa, di isolarsi spiritualmente per portare a termine una missione difficile, non importa quale, potrà mai tornare a essere quella di prima?

 Tamar è consapevole che questa avventura la cambierà. Profondamente dotati musicalmente, fratello e sorella si riconoscono e con una profonda intesa mettono in atto un piano verso la libertà. L’artefice principale è naturalmente Tamar, più lucida e più in salute del fratello. Lei vive questa esperienza in modo totalizzante e ci si butta anima e corpo per amore fraterno.

C’è un momento in cui si compie un piccolo passo, pensò, si devia di un millimetro dalla solita vita, a quel punto si è costretti a posare anche un secondo piede e a un tratto si finisce su un percorso sconosciuto. Ogni passo è più o meno logico, conseguente al precedente, eppure di colpo ci si ritrova in un incubo.

 Assaf continua a correre per Gerusalemme e dintorni dietro a Dinka e intanto, anche se non ancora fisicamente, conosce sempre più Tamar; rimane affascinato da lei, dalla sua audacia nel fare cose tanto folli e dalla sua generosità verso le altre persone. Senza rendersene conto si innamora dolcemente ed è così tanto coinvolto nella storia da dimenticarsisi quasi la sua vita personale.

 Tuesday

Da Eliat raggiungiamo il confine con la Giordania, passiamo la dogana a piedi e prendiamo un taxi. A due ore di macchina arriviamo a Petra, l’antica capitale dei Nabatei. Città antichissima era importantissima già nel primo secolo avanti Cristo per il commercio d’incenso, mirra e spezie. I Romani la invasero ma non ne snaturarono la natura mercantile. Il declino arrivò nel quarto secolo dopo Cristo, dopo un violentissimo terremoto, che la trasformò in ruderi quasi completamente disabitati. Solo i beduini del deserto ne conoscevano l’esistenza. Fu riscoperta il 22 agosto 1812 da Johann Ludwig Burckhardt, un brillante esploratore svizzero. Dopo aver studiato l’Islam e l’arabo, viaggiò in Egitto e in Giordania dove sentì parlare di una città nascosta. Travestendosi da arabo, convinse una guida beduina a portarlo nella città perduta. Fu il primo uomo occidentale dopo tanti secoli ad entrare a Petra.  Chiamata da allora la città rosa per il colore delle pietre, oggi è conosciuta in tutto il mondo e attrae un altissimo numero di turisti. La parte più suggestiva è la passeggiata attraverso il siq, una gola stretta scavata nella roccia lunga più di un chilometro, che porta al Tesoro, una facciata alta 40 metri tutta scavata nella roccia. Questo è il primo momento di spettacolarità che offre ai visitatori la città di Petra. Da qui la strada si apre e numerosi sono i siti da visitare. C’è tanto da camminare a Petra ma la passeggiata più impegnativa è sicuramente la salita al Monastero. Per raggiungerlo bisogna salire più di ottocento gradini, a piedi se si vuole, oppure sulla schiena di un asino. Si arriva così ad un’altra grande costruzione nella pietra rosa che probabilmente era un luogo di incontri religiosi. Tutto ciò che rimane testimonia come questa città fosse fiorente ai tempi del suo massimo splendore e oggi è un luogo prezioso e per ammirarla  tante persone compiono lunghi viaggi e non possono che rimanere siggiogati dalla bellezza del posto.

Con un filo di tristezza leggo le ultime pagine di Qualcuno con cui correre colpita dall’abilità dell’autore nel mettere in una storia avventura, un po’ di giallo, l’amore fraterno e fra giovani, il disagio adolescenziale, il rapporto genitori figli e l’importanza dell’amicizia. Tutto ciò nello scenario incredibile della città di Gerusalemme.

 Friday.

Il venerdì, sentendo ancora la stanchezza per la giornata precedente, torniamo a Tel Aviv per un’ultima cena in Israele.

 Saturday

Ancora all’aeroporto Ben Gurion. Ritorno in Italia con la sensazione di aver visto solo una parte delle bellezze di questo paese e il desiderio di ritornare presto.

 

 

 

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